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Il nome della rosa fu pubblicato da Umberto Eco nel 1980, quando l'autore aveva quarantotto anni ed era già un semiologo di fama internazionale, noto per i suoi saggi sulla cultura di massa e sulla teoria del segno. Era il suo primo romanzo, e Eco aveva dichiarato di averlo scritto per il piacere di avvelenare un monaco: affermazione spiritosa che nasconde una progettazione narrativa molto precisa. La storia è ambientata in un'abbazia benedettina del nord Italia nel novembre del 1327, e segue il frate francescano Guglielmo da Baskerville e il suo novizio Adso da Melk mentre indagano su una serie di morti misteriose legate alla biblioteca dell'abbazia. Il titolo è un verso della poesia medievale in latino — stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus — e anticipa il tema centrale: la relazione tra i segni e le cose, tra le parole e la realtà cui si suppone che rimandino.
Il romanzo è costruito su più livelli che si possono leggere indipendentemente senza che nessuno esaurisca l'insieme. Come giallo, funziona con una logica deduttiva che richiama esplicitamente Sherlock Holmes (Guglielmo da Baskerville è un riferimento trasparente al Mastino dei Baskerville), ma che al finale si rivela come parodia della logica stessa: Guglielmo risolve il caso per ragioni sbagliate, e la sua soluzione corretta è il prodotto di un'inferenza errata. Come romanzo storico, ricostruisce con rigore filologico il dibattito medievale sulla povertà evangelica, sullo statuto degli universali, sulla legittimità del riso come categoria teologica: quest'ultimo il fulcro narrativo intorno al quale ruota il segreto della biblioteca. Come saggio semiotico narrato, mette in scena una visione nominalista in cui i segni non rispecchiano una realtà univoca ma producono labirinti interpretativi: la biblioteca, che è letteralmente un labirinto, è la metafora di una conoscenza che non conduce a un centro ma si ramifica indefinitamente. Il monaco Jorge da Burgos, antagonista del romanzo, incarna la posizione opposta: la verità è una, il libro proibito va tenuto nascosto perché la conoscenza non è per tutti e certe domande non devono essere fatte.
Il nome della rosa è stato accusato di enciclopedismo sfoggiato, di erudizione che schiaccia la narrazione. L'accusa non è infondata: ci sono passaggi in cui la densità delle citazioni medievali rallenta il ritmo in modo deliberato, come se Eco volesse misurare la resistenza del lettore. Ma il testo regge al di là dell'erudizione perché la questione al suo centro: chi ha il diritto di decidere cosa si può sapere, e in nome di cosa si giustifica la soppressione di un libro, non ha smesso di essere urgente. La biblioteca come istituzione del controllo della conoscenza, il manoscritto come oggetto pericoloso, il riso come categoria sovversiva che il potere vuole sopprimere: sono temi che la storia delle istituzioni ha continuamente rigenerato in forme nuove. Chi legge il romanzo dopo aver frequentato il dibattito contemporaneo sulla moderazione dei contenuti online, sull'accesso aperto alla conoscenza scientifica, o sulla censura dei libri nelle scuole, si accorge che Eco stava scrivendo di qualcosa di molto più largo di un'abbazia medievale.
Tomasi di Lampedusa fu rifiutato da Einaudi e Mondadori prima che Il Gattopardo venisse pubblicato postumo nel 1958.