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Macbeth fu scritto da Shakespeare intorno al 1606, poco dopo la Congiura delle Polveri, ed è la tragedia più breve e concentrata del suo autore. Macbeth, generale scozzese, incontra tre streghe che gli profetano che sarà re. Spinto da Lady Macbeth, assassina il re Duncan, prende il trono, fa uccidere Banquo, ordina il massacro della famiglia di Macduff, e sprofonda in una paranoia crescente mentre Lady Macbeth, incapace di sopportare il peso delle proprie azioni, impazzisce. Macbeth viene infine ucciso da Macduff. La brevità dell'opera (circa duemila versi contro i quattromila di Amleto) produce un effetto di accelerazione: la caduta di Macbeth avviene più rapidamente di qualsiasi altra tragedia shakespeariana, e questa velocità è parte integrante del significato.
Ciò che distingue Macbeth nel corpus shakespeariano è la rapidità della caduta morale e il modo in cui Shakespeare la mostra dall'interno. Macbeth non è un criminale di natura: prima dell'opera è un eroe militare rispettato. I soliloqui prima dell'assassinio di Duncan sono esplicitamente quelli di un uomo che sa cosa sta per fare e perché non è giustificato, e lo fa ugualmente. Questo incrocio tra la chiarezza morale e l'azione immorale è il meccanismo psicologico che Shakespeare aveva individuato come il cuore della tragedia: non l'ignoranza del male ma la sua scelta consapevole. Lady Macbeth, che all'inizio è il motore dell'azione e alla fine si sveglia di notte a lavarsi le mani da un sangue che non esiste, è il personaggio in cui il costo psicologico del delitto si manifesta più visibilmente: ciò che chiede alla propria natura di sopprimere riemerge nel sonno.
Macbeth ha una particolarità che poche tragedie condividono: il suo protagonista è simultaneamente il colpevole e la principale vittima. Non è un mostro né una figura patetica: è qualcuno i cui meccanismi interiori si comprendono e che risulta incapace di opporsi a essi. La domanda se Macbeth avrebbe potuto agire diversamente: se le profezie delle streghe abbiano determinato la sua traiettoria o semplicemente l'abbiano articolata, è la domanda più produttiva che l'opera lascia aperta, e questa apertura ha permesso a ogni epoca di trovare nel testo la propria versione del meccanismo con cui gli uomini si convincono di essere obbligati a fare ciò che in realtà hanno scelto.
Italo Svevo rimase oscuro per decenni finché James Joyce, suo amico e insegnante d'inglese a Trieste, non ne promosse il lavoro in Europa.